Tutto quello che un genitore dovrebbe sapere prima di iscrivere un figlio a danza

 

Come scegliere una scuola di danza

Le domande che dal 2009
ci hanno fatto centinaia di famiglie

 

Ogni anno incontriamo decine di famiglie.
Alcune arrivano entusiaste, altre piene di dubbi.
C’è chi cerca una scuola seria. C’è chi ha paura che sia troppo seria.
C’è chi teme che il proprio figlio sia troppo grande per iniziare.
C’è chi ci dice: “Classica no, assolutamente!” Chi sogna l’hip hop già a due anni.
Chi vorrebbe iscrivere un bambino di tre anni insieme alla cuginetta di sette.
Ogni famiglia arriva con una storia diversa.
Ma, in fondo, le domande sono quasi sempre le stesse.

Abbiamo deciso di raccoglierle qui e di rispondere nel modo più sincero possibile, spiegandovi non solo cosa facciamo, ma soprattutto perché lo facciamo.

Perché una scuola di danza non è fatta solo di corsi e orari.
È fatta di persone, di una visione educativa e, soprattutto, di fiducia.

Questa non è una guida per convincervi a scegliere il Centro Formazione Danza Backstage.
È il racconto del nostro modo di vedere la danza dopo diciassette anni trascorsi ogni giorno in sala.
Se, alla fine della lettura, penserete che questo modo di lavorare vi rispecchia, allora saremo felici di conoscervi.

Quando una famiglia ci dice che il proprio figlio ha cinque anni, la risposta è semplice.
«Abbiamo un corso pensato proprio per questa età.»
Si chiama Gioco Musica.

È un corso di danza a tutti gli effetti, ma il bambino non lo vive come una lezione di danza.
Lo vive come un gioco. Ed è esattamente quello che vogliamo.
Dietro ogni attività c’è una precisa idea pedagogica. Nulla è lasciato al caso.
Attraverso il gioco i bambini imparano a conoscere il proprio corpo, a muoversi nello spazio, ad ascoltare la musica, ad aspettare il proprio turno, a rispettare il gruppo e a prendere confidenza con semplici regole che un giorno diventeranno naturalmente parte della tecnica della danza.

È questo il bello dell’insegnamento ai più piccoli: il bambino non deve percepire l’esercizio, deve vivere un’esperienza positiva, divertente e naturale.

Anche la musica segue la stessa filosofia.
Utilizziamo brani molto diversi tra loro: musica classica, moderna, ritmi contemporanei e perfino hip hop.

Perché a cinque anni parlare di “stile di danza” sarebbe prematuro.
È un po’ come iscrivere un bambino in piscina e chiedergli di scegliere se preferisce la rana o lo stile libero prima ancora di aver imparato a stare a galla.
Prima si costruiscono le basi. Poi, con il tempo, emergeranno le inclinazioni, i gusti e il percorso più adatto.

Per molti bambini il primo ricordo della danza non sarà un esercizio o uno stile. Sarà una musica che li fa sorridere, un salto riuscito, la mano di un compagno o l’emozione di entrare in sala e sentire che quello è un posto in cui possono essere semplicemente sé stessi.

Laura racconta
“Quando un bambino attraversa la sala facendo il fenicottero, spesso il genitore vede solo un gioco. Noi, invece, stiamo già osservando il futuro retirè-passè: equilibrio, coordinazione, uso dello spazio e controllo del corpo.”

Dai sei agli otto anni: non è ancora il momento di scegliere uno stile

A questa età proponiamo un percorso di propedeutica, che rappresenta il naturale proseguimento del lavoro iniziato con Gioco Musica.
Per renderlo più coinvolgente lo presentiamo attraverso due lezioni consecutive, una con un’impronta più classica e una più moderna.
I bambini le vivono come due esperienze diverse, si divertono e mantengono alta l’attenzione per entrambe le ore. Ma, in realtà, le due lezioni sono state progettate insieme e funzionano come un unico percorso.
Scegliere di frequentarne soltanto una sarebbe un po’ come leggere metà di un libro.

Ogni insegnante sa esattamente su quali aspetti lavorerà l’altra.
Per esempio, durante la lezione di classica si dedica meno tempo allo stretching per le spaccate, perché questo aspetto verrà approfondito nella lezione successiva. Allo stesso modo, in una lezione ci si concentra maggiormente sul lavoro a terra, sul rinforzo di piedi, gambe e addome, sapendo che la collega svilupperà altri aspetti in piedi e nello spazio nell’altra lezione.
Non esistono due programmi separati: esiste un solo percorso costruito insieme. Vogliamo che i bambini arrivino a fine lezione stanchi, ma con la voglia di tornare la settimana successiva. Perché la curiosità è uno dei motori più potenti dell’apprendimento.

Per questo motivo chiedere a un bambino di sei o sette anni di scegliere se preferisce la classica o la moderna avrebbe poco senso.
Prima di tutto vogliamo costruire solide basi motorie, musicali e tecniche.

Sarà poi la crescita dell’allievo a suggerire, con naturalezza, quale strada seguire.

Intorno ai nove o dieci anni iniziano a emergere inclinazioni più personali.

C’è chi si appassiona maggiormente al linguaggio della Danza Accademica, chi si riconosce di più nel Modern e chi, invece, scopre una forte attrazione per il mondo street e dell’Hip-Hop.

Anche in quel momento, però, continuiamo a ricordare una cosa che per noi è fondamentale.
Chi desidera crescere nel percorso accademico, anche orientandosi verso il Modern o il Contemporaneo, avrà sempre bisogno della tecnica classica come base.
Non perché sia un obbligo.
Ma perché rappresenta il linguaggio sul quale si costruiscono tutti gli altri.

Il percorso street segue invece una logica diversa e viene proposto quando il bambino ha raggiunto un’età e una maturità che gli permettono di affrontarlo nel modo giusto.

E poi… è normale cambiare strada!

Uno degli aspetti più belli della crescita è che nessuno è obbligato a rimanere sempre sulla stessa strada.
C’è chi, crescendo, scopre una particolare sensibilità verso un certo linguaggio e c’è anche chi decide di approfondire più discipline contemporaneamente.

Per questo motivo chiediamo ai bambini piccoli di non scegliere troppo presto.
Prima costruiamo solide basi. Poi, quando maturano interessi più personali, li accompagniamo verso il percorso che sentono più vicino.

Non crediamo che esista una disciplina migliore. Crediamo che ogni bambino debba avere il tempo di scoprire quale linguaggio lo emoziona di più. C’è chi si innamora dell’eleganza della Danza Classica, chi della libertà del Contemporaneo e chi sente partire la musica Hip-Hop e capisce, senza bisogno di parole, di aver trovato il proprio posto.

 

Spesso un genitore ci dice:
“Io di danza non capisco niente. Come faccio a capire se una scuola è davvero seria?”
Se dovessimo scegliere una scuola per nostra figlia in una città dove non conosciamo nessuno, ecco cosa guarderemmo.

1. Gli insegnanti

Non ci interessa soltanto sapere se sono qualificati. Ci interessa capire chi sono.
Perché un bravo insegnante non trasmette solo nozioni. Trasmette entusiasmo, fiducia, passione e sicurezza.
Soprattutto con i bambini, l’apprendimento passa prima di tutto attraverso il rapporto umano.
L’empatia è parte dell’insegnamento, non è un dettaglio.

2. Come danzano i ragazzi cresciuti in quella scuola

Questa è probabilmente la cosa che guarderemmo per prima.
Gli allievi che sono cresciuti lì.
Sono loro il risultato del lavoro svolto negli anni.

3. Le classi sono costruite con criterio?

Una scuola seria non divide gli allievi solo per livello. Li divide anche per età.
Un principiante di dodici anni non ha lo stesso corpo, la stessa maturità e le stesse capacità motorie di un principiante di otto o di sedici anni.

L’insegnamento deve tener conto anche di questo.

4. Che clima si respira?

Quando entriamo in una scuola ci piace osservare i ragazzi.
Come iniziano una lezione. Ma soprattutto… come la finiscono? I ragazzi rimangono a parlare? Ridono insieme? Si aspettano all’uscita? Se succede, probabilmente lì dentro è nato qualcosa che va oltre la tecnica.
Per noi la danza è certamente impegno, disciplina e anche sana competizione. È giusto che ogni allievo impari a mettersi alla prova e a dare il meglio di sé. Crediamo che il primo avversario di un ballerino sia sempre la versione di sé della settimana precedente, non il compagno che danza accanto a lui.
Quello che non ci piace è la competizione che divide, che crea protagonismi o fa sentire qualcuno “meno importante” degli altri.

Nella nostra esperienza, i ballerini davvero bravi sono quasi sempre persone semplici, disponibili e umili.
Chi è davvero bravo non ha bisogno di dimostrarlo continuamente. Lo si capisce dal rispetto che ha per gli altri, prima ancora che da come danza..

5. Crescono tutti oppure solo “la bambina dotata”?

Ogni scuola ha allievi con talenti diversi. È normale.
Quello che ci interessa capire è un’altra cosa.

La scuola riesce a far crescere tutto il gruppo?
Oppure tutta l’attenzione è concentrata su una sola allieva particolarmente dotata?

Quando cresce soltanto una bambina, spesso il merito è soprattutto suo.
Una buona scuola, invece, accompagna il percorso di tutti.

6. Quanti bambini ci sono in classe?

Una classe troppo numerosa rende difficile seguire ogni allievo. Ma anche una classe con pochissimi bambini non sempre è ideale.
Negli anni abbiamo imparato che il gruppo è uno straordinario strumento di apprendimento.
I bambini osservano, imitano, si incoraggiano e crescono anche grazie ai loro compagni.

7. Esiste un vero progetto didattico?

Una domanda che faremmo sempre è questa:
“Come avete costruito il percorso dei vostri allievi?”
Una scuola seria non improvvisa le lezioni settimana dopo settimana.
Ogni esercizio, ogni anno di corso e ogni obiettivo dovrebbero essere inseriti all’interno di un progetto didattico preciso.

Questo permette agli insegnanti di sapere cosa insegnare, quando farlo e perché, accompagnando gli allievi in una crescita graduale e coerente.

Naturalmente ogni insegnante personalizza il proprio lavoro sulla classe e sulle persone che ha davanti, ma il percorso rimane sempre inserito in una progettazione chiara e condivisa.

Su questo tema sappiamo di avere una posizione diversa da molte scuole.

Non abbiamo scelto di non fare esami perché siano “sbagliati”, ma perché non rappresentano il modo in cui immaginiamo il percorso dei nostri allievi.

Negli anni abbiamo visto ragazzi arrivare con certificati importanti ma con una preparazione molto debole. Allo stesso tempo abbiamo incontrato ballerini eccellenti che non avevano mai sostenuto un esame.
Per questo abbiamo scelto di concentrare il nostro lavoro sulla crescita tecnica, artistica e personale di ogni allievo.
Quando un allievo scopre di voler fare della danza qualcosa di più di una passione, il nostro compito cambia. Non è più soltanto quello di insegnare, ma di accompagnarlo nella scelta del percorso più adatto alle sue caratteristiche e ai suoi obiettivi.

Negli anni alcuni dei nostri allievi hanno proseguito gli studi entrando in realtà come AIDA, A.E.D. di Livorno, The Bridge di Stefania Pigato, Off Jazz di Nizza e in altri percorsi di alta formazione, ciascuno diverso dall’altro perché diverse erano le persone, le aspirazioni e il talento.

Crediamo che il nostro ruolo non sia preparare gli allievi per superare un esame, ma metterli nelle condizioni di affrontare con sicurezza le occasioni davvero importanti: un’audizione, una selezione o l’ingresso nella scuola che desiderano.
Nel mondo della danza, infatti, il valore di un ballerino non si misura da un certificato, ma dalla preparazione, dalla maturità artistica e dalla capacità di esprimersi quando arriva il momento di mettersi in gioco.

Ogni ragazzo ha un traguardo diverso. Il nostro obiettivo non è portarli tutti nella stessa direzione, ma dare a ciascuno gli strumenti per raggiungere la propria.

 

Ogni tanto succede.
Un allievo che ha iniziato quasi per gioco cresce, si appassiona e scopre di voler dedicare alla danza sempre più tempo ed energie.

Quando questo accade, il nostro ruolo cambia.

Non è più soltanto quello di insegnare, ma è quello di accompagnare ogni ragazzo verso il percorso più adatto alle sue caratteristiche, al suo talento e ai suoi obiettivi. Negli anni alcuni dei nostri allievi hanno proseguito gli studi entrando in realtà come AIDA, AED di Livorno, Bridge di Stefania Pigato, Off Jazz di Nizza e in altri percorsi di alta formazione, in Italia e all’estero.

Ogni storia è stata diversa. Perché diverse erano le persone, le aspirazioni e il modo di vivere la danza.

Per questo crediamo che il nostro compito non sia preparare gli allievi per superare un esame, ma metterli nelle condizioni di affrontare con serenità le occasioni davvero importanti: un’audizione, una selezione o l’ingresso nella scuola che desiderano.

È una delle domande che ci sentiamo fare più spesso. E, probabilmente, è anche una delle più difficili a cui rispondere.
Perché il talento esiste e sarebbe poco onesto negarlo.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato pensare che il talento, da solo, basti.
In diciassette anni abbiamo visto bambini con grandi doti naturali smettere dopo poco tempo e altri, partiti con molte più difficoltà, crescere in modo sorprendente grazie alla costanza, alla curiosità e alla voglia di imparare.

Per noi un allievo “portato” non è semplicemente quello che impara un passo più velocemente.
È quello che entra in sala con entusiasmo, che ha voglia di mettersi in gioco, che impara a lavorare con gli altri e che, settimana dopo settimana, scopre il piacere di migliorarsi. Anche questa è una forma di talento!

Il nostro compito è formare persone che ameranno la danza. Per questo il nostro primo obiettivo non è capire chi diventerà un professionista. Se poi qualcuno vorrà trasformare quella passione in un mestiere, saremo felici di accompagnarlo anche in quel percorso.

Laura racconta
«In tutti questi anni ho imparato una cosa guardando anche i miei figli diventare ballerini professionisti: il talento apre qualche porta, ma sono l’impegno, la continuità e l’amore per quello che si fa a decidere fino a dove si può arrivare.»

È una domanda che molti genitori si fanno, anche se spesso non la esprimono ad alta voce.
La nostra risposta è semplice.
Non tutti gli allievi diventeranno ballerini professionisti. Ed è giusto così.

Il nostro obiettivo non è formare soltanto chi salirà un giorno su un grande palcoscenico.
Il nostro obiettivo è far nascere persone che ameranno la danza per tutta la vita.

Forse un giorno smetteranno di frequentare le lezioni. È naturale. Cresceranno, studieranno, lavoreranno, costruiranno la loro vita. Ma ci piacerebbe pensare che ogni volta che si spegneranno le luci in un teatro e partirà la musica, dentro di loro si riaccenderà qualcosa.
Per questo ci impegniamo affinché ogni allievo, indipendentemente dal proprio talento o dalle proprie aspirazioni, possa vivere il palcoscenico con dignità, sicurezza e soddisfazione.

Non crediamo che esistano soltanto le étoile.
Crediamo che ogni ragazzo meriti di sentirsi parte del percorso e di poter guardare ai propri anni di danza con orgoglio.

Non vogliamo che ogni bambino diventi un ballerino. Vorremmo che ogni bambino uscisse da qui amando un po’ di più la danza, il lavoro di squadra, il rispetto per gli altri e la bellezza dell’arte.
Se un giorno salirà su un grande palcoscenico, ne saremo felici. Se invece porterà tutto questo nella propria vita, avremo raggiunto lo stesso il nostro obiettivo.

Molti pensano che la Compagnia rappresenti semplicemente “il livello successivo” della scuola.
In realtà non è così.
La Compagnia nasce per offrire ad alcuni allievi la possibilità di vivere la danza con un livello di impegno e di ricerca artistica più intenso pur senza essere dei professionisti, attraverso produzioni teatrali, progetti artistici e percorsi creativi che richiedono un impegno diverso rispetto ai normali corsi.
L’ingresso non è automatico e non dipende esclusivamente dalla tecnica.
Quando scegliamo chi invitare a farne parte osserviamo certamente il livello artistico, ma anche la disponibilità al lavoro di gruppo, il senso di responsabilità, la curiosità, la sensibilità artistica e la capacità di contribuire positivamente alla crescita del gruppo.
Perché una compagnia non è semplicemente un insieme di ballerini bravi, ma una comunità di persone che condividono un progetto.

Fino ai sei anni, un’ora alla settimana è più che sufficiente. A questa età l’obiettivo non è accumulare ore di allenamento, ma far nascere un rapporto positivo con il movimento, con la musica e con la danza.

Tra i sei e gli otto anni, invece, consigliamo di frequentare almeno due ore consecutive, attraverso il nostro percorso di propedeutica. Le due lezioni non rappresentano due corsi separati, ma un unico progetto didattico costruito insieme dagli insegnanti.
È proprio questa continuità che permette al bambino di crescere in modo armonico.

Intorno ai nove o dieci anni, quando inizia il vero percorso accademico, suggeriamo generalmente di arrivare ad almeno tre ore settimanali.
Non perché “di più è meglio”, ma perché la tecnica comincia a richiedere maggiore continuità. Frequentare due lezioni nello stesso giorno e una terza a pochi giorni di distanza permette di riprendere gli stessi concetti, consolidarli e trasformarli in competenze sempre più naturali.

Con la crescita aumenta anche la durata delle lezioni.
Dalla scuola media in poi le discipline accademiche – Danza Classica, Modern Jazz e Contemporanea – diventano progressivamente lezioni di un’ora e mezza, perché il lavoro tecnico, artistico ed espressivo richiede tempi più distesi.

Il percorso street segue invece una logica diversa.
Un corso di Hip-Hop può tranquillamente rimanere di un’ora alla settimana, oppure essere ampliato con una seconda lezione o con l’inserimento della breakdance, a seconda delle passioni e degli obiettivi dell’allievo.

Laura racconta
«Non contiamo le ore. Costruiamo un percorso. Ogni fase della crescita richiede tempi diversi e ogni aumento delle lezioni deve avere un significato educativo, non essere semplicemente un modo per riempire il calendario.»

Secondo noi sì. Anzi, la consideriamo quasi un passaggio obbligato.

Una scuola di danza non si sceglie leggendo un sito internet. E nemmeno confrontando gli orari o le quote di iscrizione.
Si sceglie vivendo una lezione.
Durante la prova il bambino entra in sala, conosce l’insegnante, incontra i compagni e sperimenta direttamente il clima della scuola.
I genitori, invece, hanno l’occasione di conoscerci, fare tutte le domande che desiderano e capire se il nostro modo di intendere la danza è anche il loro.

Solo dopo aver vissuto questa esperienza ha senso decidere se quel luogo può diventare una seconda casa.

Francesca racconta
«Non abbiamo mai pensato che una famiglia debba iscriversi “sulla fiducia”. Prima ci si conosce. Se nasce la giusta sintonia, allora il percorso può iniziare davvero.»

Perché crediamo che la danza sia molto più di una successione di passi.
È un luogo dove si impara ad ascoltare. A lavorare insieme. A cadere e rialzarsi.
Ma è anche il silenzio che precede l’apertura del sipario. È il cuore che batte un po’ più forte quando parte la musica. È l’abbraccio dopo uno spettacolo andato bene.

Se un giorno uno dei nostri allievi diventerà un professionista, ne saremo felici.
Ma se fra vent’anni entrerà in un teatro, sentirà partire l’orchestra e penserà:
“Questa emozione la conosco” allora sapremo di aver fatto bene il nostro lavoro.

 

Ora tocca a voi.

Se vi siete ritrovati in questo modo di vivere la danza, venite a conoscerci.

La lezione di prova è gratuita e senza impegno.

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